Pier Offredi
Se oggi entri in una qualsiasi palestra di tennistavolo, dal campionato regionale di serie D fino alle massime serie, noterai una costante che avvelena il nostro sport: il sospetto!
Mentre stringi la mano al tuo avversario, l’occhio cade inevitabilmente sulla sua racchetta. Starà giocando pulito? Oppure quella gomma ha subito un trattamento artigianale per aumentare l’attrito, modificare i puntini, massimizzare l’inversione o incollandola male per ottenere “effetti speciali”?
La cosa più sconcertante è che molti pensano che questo sia un problema recente, nato con l’avvento di apprendisti stregoni osannati per la loro furbizia o con l’eliminazione delle vecchie gomme vetrificate. Ma la verità è ben diversa. E fa male.
1994: Un grido d’allarme rimasto inascoltato
Facciamo un salto indietro nel tempo di ben 32 anni. È il dicembre del 1994. Sulle pagine del Corriere della Sera, nell’articolo intitolato emblematicamente «Fuori dal ping-pong i furbi con le racchette truccate», due leggende del nostro sport lanciavano un allarme chiarissimo.
L’allora presidente della FITeT, Stefano Bosi, parlava apertamente del dilagare di “racchette dopate” trattate con agenti chimici per imprimere effetti innaturali alla pallina.
A fargli eco c’era Massimo Costantini, l’atleta azzurro con più presenze nella storia della nostra Nazionale, che dichiarava senza mezzi termini: «Ad alto livello il trucco della racchetta non serve: è soltanto un espediente per sopperire a limiti tecnici che le gomme trattate chimicamente correggono solo parzialmente. Però il fenomeno va stroncato sul nascere, soprattutto nella base di praticanti che ricorrono a simili mezzi per vincere qualche partita in più. È una questione, diciamo, di etica sportiva: non si può crescere nello sport violandone i principi di correttezza e di serietà».
Trentadue anni dopo: cos’è cambiato?
La risposta purtroppo è: quasi nulla.
Nel 1994 si parlava di bandire le colle nocive (poi effettivamente vietate nel 2008 con l’introduzione delle colle ad acqua) e di regolamentare i materiali. Ma il nocciolo della questione sollevato da Costantini — ovvero l’uso di chimica e taroccamenti per alterare le proprietà delle gomme — è rimasto intatto.
Oggi assistiamo ancora a:
- Controlli inesistenti o inefficaci nelle categorie minori, dove il fenomeno è più diffuso.
- Trattamenti artigianali avanzati (cottura delle puntinate, boosterizzazione delle lisce, vetrificazione delle antitop) difficili da rilevare senza strumenti professionali di cui gli arbitri non sono dotati.
- La totale perdita dell’etica sportiva paventata da Costantini, sostituita dalla cultura del “se non mi beccano, allora si può fare”.
Una riflessione necessaria
Se già nel 1994 i vertici federali e i massimi atleti riconoscevano la gravità di questa deriva, com’è possibile che a distanza di oltre tre decenni il movimento si trovi ancora a discutere delle stesse identiche scorciatoie?
Il tennistavolo è uno sport di sensibilità, tecnica, millisecondi e riflessi. Permettere che la chimica o il “bricolage illegale” alterino i valori in campo significa svalutare i sacrifici di chi si allena duramente ogni giorno giocando secondo le regole. È necessario che la Federazione, a tutti i livelli, smetta di voltarsi dall’altra parte. I controlli sui materiali non possono essere un lusso riservato solo ai professionisti. L’etica sportiva non ha categoria.
